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“Strofe Contagiose” il progetto di Marea per (soprav)vivere alla quarantena

Vincenzo Calicchio No Comments

Nei primi giorni di quarantena (come tutti) anche noi siamo entrati nello sconforto di non sapere cosa sarebbe successo, cosa avremmo fatto in questi giorni, come avremmo passato il tempo e così via… alle fine, messe da parte ansie di varia natura, ci siamo resi conto che è stata (anzi è) anche un occasione per riscoprirsi, parlare con i propri cari, ingegnarsi, staccare dalla velocità dei giorni di sempre.

Qualche giorno dopo l’inizio della reclusione sono stato molto colpito da questa proposta fatta dal Circolo Arci Marea di Salerno, il post recitava così: “vogliamo raccogliere una serie di strofe scritte da persone diverse e realizzare una poesia collettiva che porterà il titolo della giornata in cui è stat scritta. Osservare, riflettere e scrivere sono tre esercizi che aiutano a rimanere concentrati e lucidi. Ora che siamo quasi tutti a casa possiamo fare questi esercizi autonomamente per poi metterne insieme il risultato.” 

L’ho trovato semplicemente geniale! Ragion per cui, oltre a partecipare all’iniziativa, ho fatto alcune domande agli ideatori dell’iniziativa Arianna Apicella e Peppe Criscito che hanno condiviso le loro impressioni in questo articolo e mi hanno consentito di capire a fondo tale iniziativa. PS non perdetevi la poesia del 22 marzo!

#1 Da dove nasce questa idea? Sei ideatrice di questo progetto o lo hai mutuato da un’esperienza passata?

Arianna: Lunedì nove marzo mi sono svegliata con la smania di fare qualcosa e riflettere su questo momento così complesso attraverso la poesia e dopo aver messo giù questa idea ho scritto a Peppe , il presidente del Circolo Arci Marea di Salerno per chiedergli di proporre insieme questo progetto. Non credo di aver sentito l’idea di mettere insieme più voci per formare un’unica poesia da qualche altra parte ma tanto meno penso d’essermi inventata nulla di “nuovo”. Scrivo poesie da sempre e da sempre mi piace fare le cose insieme agli altri.

Forse questa idea è nata quel giorno in cui, mentre la mia amica Carmen mi accompagnava a casa, le chiesi di trasformare dei pensieri in strofe per ricordare quel momento. Fu poi lei a farmi scoprire la forza di questo gioco, quando mi mostrò una poesia che aveva scritto insieme ad altri compagni di viaggio durante un cammino in montagna durato una settimana.

Sono abbastanza sicura che una poesia che nasce da più voci sia una pratica particolarmente antica, basti pensare anche al metodo di composizione di testi e immagini usato dai surrealisti e noto come “cadavere squisito”. D’altro canto mi piace che mi sia balzata in mente proprio in questo momento. Devo ammettere pure di aver trovato indizi lungo la strada: il giorno prima avevo visto l’iniziativa di Isabella Bersellini che aveva lanciato l’iniziativa “Ciao da casa” chiedendo ai suoi colleghi freelance, illustratori, grafici e non di inviare cartoline virtuali e avevo letto la poesia di Mariangela Gualtieri “Nove marzo duemilaventi”.

Trovo molto interessante notare come questo processo di creazione collettiva stia diventando una pratica usata anche in altri ambiti. Kinetta spazio Labus di Benevento il 20 marzo ha iniziato a farlo attraverso i video e lo stesso giorno Tartaglia Aneuro ha pubblicato un post proponendo di scrivere una canzone a partire dai commenti che le persone avrebbero scritto sotto il post.

#2 A chi è rivolto l’invito a partecipare a questo progetto? Quali piattaforme avete utilizzato per promuoverlo?

Arianna: L’invito è rivolto a tutti. Abbiamo immaginato di avere un grande foglio bianco su cui ognuno può andare a scrivere e per questo motivo abbiamo scelto di usare un semplice documento doc condiviso sulla piattaforma Drive. Ci rendiamo conto che questo può restringere il campo di persone che possono scrivere, perché non tutti usano questa piattaforma, eppure l’abbiamo scelta perché permette l’anonimato e – con un poco di pazienza- si può imparare ad usarla. Per la promozione stiamo usando le pagine Facebook e Instagram di Marea e, di tanto in tanto, anche il mio profilo personale Facebook e Instagram. Anche il passaparola – che in questi giorni funziona via WhatsApp – e fino ad ora ha funzionato. Siamo sorpresi che si sia protratto per ben sette giorni e siamo contenti così e ringraziamo chi sta partecipando e promuovendo questo momento di gioco collettivo.

#3 Come si partecipa alla stesura della poesia condivisa? Ci sono delle regole da rispettare? Le poesie vengono rimaneggiate prima di essere pubblicate?

Arianna: Per accedere al documento, a questo lungo foglio bianco che menzionavo prima, basta cliccare su questo link:

La prima pagina che appare presenta il progetto e alcune linea guida che avvisano che la raccolta avverrà tramite questo documento in cui si può:

  1. scrivere in maniera anonima, basta disconnetterti dal tuo account gmail.
  2. aggiungere versi e strofe
  3. scrivere nella lingua e nella forma che preferisci, mantenendo un limite di 100 parole
  4. sperimentare la possibilità di far incontrare la tua voce e il tuo stile con quello degli altri autori

L’unica regola è quella di scrivere in versi. Sul margine sinistro del foglio ci sono le varie voci che presentano la poesia del giorno e le poesie dei giorni precedenti. Cliccando sulle varie voci si può contribuire alla scrittura o leggere i testi prodotti nei giorni precedenti. Proprio stamattina ho visto che un utente aveva sottolineato in rosso un verso scritto qualche giorno fa, forse per mettere in evidenza qualcosa che gli era piaciuto.

Originariamente l’idea era quella di non modificare i testi, ma di provare ad assemblarli, cambiando posizione o aggiungendo connettivi però da quando una voce anonima ha fatto modifiche e aggiunte anche alle strofe degli altri nella poesia diciannovemarzoduemilaventi ho iniziato a farlo anche io. Ho ricevuto un paio di feedback positivi dagli autori originari delle strofe e ho deciso di continuare a farlo fare e a farlo. Questo cambio di approccio ha permesso di esplicitare alcuni nessi che erano sommersi e creare connessioni che risuonano in tutta la poesia. Credo che leggere diciannovemarzoduemilaventi possa rendere meglio l’idea che sto provando ad esprimere.

#4 Come ti sembra sia stata accolta questa iniziativa? Chi sta partecipando? Nella tua esperienza, ci sono delle persone che sono più inclini a questo genere di modalità di espressione o è alla portata di tutti?

Arianna: Direi che l’iniziativa è stata accolta bene, oggi abbiamo pubblicato sulla pagina di Marea la settima poesia, non abbiamo saltato neanche un giorno e al momento possiamo dire di avere avuto una media di 4 autrici e/o autori al giorno. Ci sono alcune voci che scrivono in maniera più assidua e altre più sporadiche ma non sappiamo effettivamente chi partecipa perché la maggior parte è anonima.

Come ho detto prima di tratta di un gioco collettivo quindi tutti possono farlo. Chiaramente chi è solito fare questo gioco incontrerà meno resistenza nella scrittura e nella sua condivisione, ma se ognuno provasse a scrivere un verso al giorno sono sicura che sarebbe capace di raccogliere risultati soddisfacenti. Per questo motivo, persone che si espongono maggiormente alla poesia e la praticano più spesso saranno anche più inclini.

#5 Immagini che, finito questo periodo, il progetto possa avere un’evoluzione o sarà stato semplicemente (e dici poco!!) un bellissimo modo per tenerci compagnia e fotografare i flussi di pensiero e le emozioni che ci attraversano in questi giorni?

Peppe: L’idea di sviluppare un prodotto poetico, narrativo, culturale insomma che abbia come base il principio della condivisione, della messa in comune delle proprie idee, dei propri pensieri è sempre stata la via maestra che abbiamo provato a percorrere dall’apertura del circolo Marea. Sarà una mia fissazione ma mi piacerebbe, e con Arianna stiamo trovando il modo più opportuno e corretto, che questa raccolta collettiva si abbellisca di illustrazioni e disegni di artisti del nostro territorio così da riuscire a produrre un piccolo libro, un piccolo testo illustrato. È importante che questa iniziativa non rimanga solo su digitale, sul foglio bianco di un drive, ma acquisisca il valore culturale e artistico che ha.

#6 Perché avete pensato di proporre questa iniziativa proprio adesso? Come ci può aiutare l’arte (sempre ammesso che secondo te lo possa fare) e specificamente la poesia in questo periodo?

Arianna: Credo fortemente nella pratica costante della scrittura e della poesia e delle molteplici prospettive che l’arte può offrire in momenti di crisi, intesa come “eccesso di lucidità”. L’iniziativa è nata in questi giorni proprio perché, come abbiamo già detto “Osservare, riflettere e scrivere sono tre esercizi che aiutano a rimanere concentrati e lucidi”. Da quando l’emergenza covid 19 è iniziata abbiamo incamerato tantissime parole, letto tanti articoli, osservato o visto tanti video e credo sia importante provare a nuotare tra queste lettere, dal momento che – come ha detto una delle penne anonime della prima poesia –

“Nuoto nel paradosso
che è come spostarsi
immersi fino alle labbra
nelle palle di plastica al parco giochi.”

Peppe: Scrivere è una dei modi più antichi di catarsi. Non è importante saper scrivere, avere uno stile, rispondere ai canoni della poesia o della narrativa. Specialmente in questo periodo storico dove il nostro stile di vita, che sicuramente non è il migliore, è stato ribaltato. Dall’intense relazioni quotidiane a lavoro, con gli amici, con la famiglia, siamo ora costretti in casa, siamo costretti con noi stessi. Per molti non è semplice stare soli con sé stessi. Provare a scrivere, anche solo un verso come dice anche Arianna, e rileggersi è un modo per buttare fuori tutto ciò che ci gira nella testa e nel cuore in questi giorni. Farlo insieme, rendersi conto che ciò che sta scrivendo un altro è simile, sta nelle stesse corde di quello che sto provando, che sto pensando può essere rivoluzionario. Può farci rendere conto che a prescindere dalle centinaia di migliaia di differenze che possiamo trovare l’uno nell’altro c’è un fondamento comune, un sentire comune. Bhè mi sto lasciando andare al mio solito filosofeggiare. La faccio semplice: l’arte, in questo periodo, può farci riscoprire l’Umanità.

#7 ed infine, per chi non conoscesse Marea, di cosa si tratta?

Peppe: L’associazione “Marea” nasce con l’obiettivo di radicarsi sul territorio aprendosi alle esigenze dei suoi abitanti, componente essenziale e viva nel processo di crescita e sviluppo dell’associazione stessa e delle sue attività.

Marea

Marea è un progetto: un percorso strutturato che in questi anni si è delineato dalle esperienze e dalle competenze dei suoi soci fondatori. Tale progetto, figlio di assemblee aperte e partecipate, si prefigge lo scopo di immaginare, sviluppare e concretizzare i desideri, i bisogni e le necessità della comunità di riferimento a 360° ma con un’attenzione particolare verso i “giovani”, ovvero quelle fasce d’età sfruttate e sole, per sensibilizzare e stimolare passione e curiosità;

Marea è un’associazione: per veicolare il progetto e dargli una base solida si è scelto di dargli una forma associativa, nello specifico associazione di promozione sociale, per coordinare e organizzare la vita di chi gravita intorno a Marea;

Marea è un circolo: ovvero uno spazio, soprattutto, fisico d’aggregazione, di scambio e di partecipazione dove le persone possono incontrarsi e incontrare sé stessi e l’altro. In questo senso si è scelto di aderire all’ Arci per dare forza e slancio al progetto e all’associazione ma, concretamente, allo spazio. La necessità di costruire reti sociali, di organizzare un centro di produzione culturale e di elaborazione politica, di sviluppare un luogo di mutualismo e di contrasto alla solitudine degli individui, è una sfida che non è possibile rifiutare.

chi sono i nomadi digitali

Chi sono i nomadi digitali? La mia esperienza

Vincenzo Calicchio No Comments

La mia prima esperienza è diversa dalle solite perché quando ho sentito parlare inizialmente di nomadismo digitale… ero già un nomade digitale! Ma non sapevo di esserlo. Non ancora. Ma chi sono i nomadi digitali? Tutto è nato quasi per caso. Un lavoro trovato alle Isole Canarie e qualche anno dopo la voglia di ritornare mentre tutto intorno a me era grigio e piovoso. Improvvisamente mi resi conto che il mio lavoro mi permetteva di viaggiare senza intaccare la qualità del servizio offerto ai miei clienti. Così, meno di un mese dopo, eccomi di ritorno a Las Palmas de Gran Canaria!

La bellissima playa de Las Canteras a Las Palmas de Gran Canaria

È proprio qui, nel bel mezzo dell’oceano Atlantico, che realizzo di non essere il solo ad aver fatto questo strano percorso (mentale? psicologico? di sicuro molto personale). In questo ambiente ci sono persone da tutto il mondo – America Latina, Europa, USA, Canada… – e tutti con un unico obiettivo, quello di viaggiare sfruttando la grande opportunità di poter lavorare ovunque sul globo, avendo come unico ufficio un semplice portatile.

Così ho iniziato a cercare altre persone che stavano vivendo la mia stessa esperienza e cominciai a rendermi conto che ovunque nel mondo, in tanti eravamo sullo stesso cammino. Fu allora che capii cosa significava essere un nomade digitale.

Cos’è un nomade digitale?

Alcuni esempi:

Secondo la mia esperienza esistono tre tipi di nomadi digitali.

#1 Nomadi con professioni autonome o freelance

Coloro che per essenza stessa della loro professione possono lavorare in qualsiasi parte del mondo. Ovvero:

  • Gruppo 1: scrittori, redattori di contenuti, traduttori, correttori/revisori.
  • Gruppo 2: disegnatori grafici, disegnatori web, programmatori.
  • Gruppo 3: fotografi, video-maker ecc..

Se ti viene in mente qualcos’altro scrivimelo nel commenti!

#2 Nomadi che hanno trasformato il loro lavoro da tradizionale ad online

Per esempio:

  • Consulenti di ogni genere come professionisti, autonomi, PMI o aziende che lavorano mediante Skype o telefono (e questo direi che in parte è il mio caso). Esempi: ho conosciuto chi fornisce consulenze di ogni tipo… di coppia, legali, di interior design, ma ce ne sono di tantissimi tipi!
  • Professori di qualsiasi disciplina che hanno la possibilità di dare lezioni online via Skype. Esempi: lingue, matematica, chimica, fisica ecc…
  • Lavoratori dipendenti a cui hanno “dato il consenso” di lavorare a distanza. Sono una specie rara ma esistono, ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di lavori digitali.
  • Ricercatori e studiosi di ogni tipo che approfittano dei loro tempi “di scrittura” per lavorare viaggiando.

#3 Nomadi che vivono del loro progetto web

Si tratta di coloro che fanno del proprio sito web la loro principale (o unica) fonte di entrate, ad esempio: vendono infoprodotti, guadagnano con le affiliazioni, con gli annunci pubblicitari o con la gestione da remoto di eCommerce.

Questa terza categoria di nomadi digitali lavora one-to-many, ovvero il loro progetto online è scalabile. Possono rispondere ad un aumento della domanda senza alcun problema giacché i loro prodotti sono disponibili alla vendita h24.

Si ma ora mi chiederete… secondo la tua esperienza, chi può definirsi “nomade digitale”? Ecco quello che penso, insieme ad alcuni consigli.

digital

Chi sono i nomadi digitali per me?

“i nomadi digitali sono persone che possono portare il loro lavoro con sé e realizzarlo in qualsiasi parte del mondo, a qualunque ora del giorno o della notte. Ciò gli permette di ricevere entrate in cambio dei servizi o prodotti che fornisce sufficienti a condurre uno stile di vita di qualità.”

Analizziamo questa frase parte per parte:

  • «… portare il loro lavoro con sé…»: il nomade digitale generalmente lavora con un pc portatile/laptop, notebook/netbook, tablet e/o smartphone. Fondamentale (per non dire vitale!) per un nomade digitale è una buona connessione Internet.

Il mio equipaggiamento:

  1. PC portatile. Non hai bisogno di nient’altro giacché puoi lavorare tranquillamente in cloud e lasciare tutto online per poter poi accedere a queste informazioni in qualsiasi momento e con qualsiasi dispositivo. Per il lavoro che faccio, Google Drive è un ottimo strumento, ma se lavorate in gruppo anche Asana, Wunderlist o semplicemente i gruppi WhatsApp possono essere utili.
  2. Smartphone. Nella mia esperienza è anche più importante dello stesso pc, giacché continuamente sono in contatto con clienti, fornitori e colleghi. Inoltre lo smartphone può “salvarti la vita” nelle situazioni in cui il pc decide di abbandonarti all’improvviso. 

Consiglio: Ogni qualvolta si fitta una stanza va sempre richiesta la presenza del wifi e testata la qualità del segnale. 

  • «… realizzarlo in qualsiasi parte del mondo…»: ho visto nomadi digitale lavorare in ostelli, pensioni, stanze in affitto, in piazza, in spiaggia e tantissimi nei bar. Tutte le città prese di mira dai nomadi digitali hanno i loro bar “per nomadi digitali”, ovvero dove consentono di occupare posti a sedere per ore sfruttando la connessione wifi. Ovviamente regola basilare di buon senso è quella di ordinare qualcosa 🙂

Personalmente, tranne rare situazioni (ad esempio quando si è in viaggio), ho sempre preferito lavorare negli spazi coworking dove, tra l’altro, c’è l’opportunità di conoscere molte persone.

  • «… a qualunque ora del giorno o della notte …»: personalmente non faccio parte di questa categoria in quanto anche all’estero faccio orari da agenzia ed alle 18 ore italiane chiudo il pc. Ovviamente su ciò influisce tanto il fuso orario, nel senso che sarebbe oggettivamente impossibile lavorare con oltre 2 ore di differenza dall’Italia, dovrei svegliarmi troppo presto o finire troppo tardi. Se lavorassi dall’Australia dovrei praticamente vivere di notte e dormire di giorno 🙂 Ma in fin dei conti è il nomade digitale il responsabile del suo successo e le ore e le modalità di lavoro sono del tutto personali.
  • «… ricevere entrate…»: il nomade digitale ha una certa libertà finanziaria. Generalmente guadagna attraverso bonifici o trasferimenti PayPal e realizza le sue spese giornaliere prelevando agli sportelli o direttamente con carte di credito. Ma soprattutto di solito si tratta di persone che hanno capito a pieno il valore del tempo, e che hanno la coscienza della sua maggiore importanza rispetto al danaro. Il nomade digitale (qualora le circostanze lo permettano) non baratterebbe mai la qualità e la quantità del suo tempo libero per un guadagno ulteriore.

Ritornando ai fattori pratici c’è chi usa le carte di credito internazionali che, a quando pare, non sono di molto più care di una carte ordinaria. Personalmente preferisco prelevare nelle casse automatiche con transazioni che hanno sempre un costo fisso (intorno ai 5 euro).

  • «… condurre uno stile di vita di qualità.»: nulla di meglio che essere liberi di scegliere quando, quanto, dove e per chi lavorare. Ancora meglio se lo si può fare mentre conosciamo altre persone, altri paesi e culture.

Ovviamente anche nel mio concetto di “stile di vita di qualità” è intrinseco il valore del tempo. Il nomade digitale è una persona che, di solito, antepone la qualità del suo tempo a tutto, anche alle stesse entrate. Il ragionamento alla base è “meglio guadagnare meno avendo tempo libero di qualità che guadagnare tanto non avendo tempo libero”.

Fino a qualche anno fa il termine “nomade digitale” nemmeno esisteva (o almeno si conosceva poco), non c’erano blog a tema e l’idea di lavorare fuori dal proprio ufficio era considerato una pazzia. Ma, soprattutto da qualche mese a questa parte, noto un crescente interesse per il tema e le opportunità che ne conseguono. Questa cosa mi rende immensamente felice in quanto penso che da un cambiamento del concetto di lavoro in sé (non più subito ma “vissuto”) non possa che nascere un reale cambiamento che la mia generazione ha solo avuto il privilegio di avviare.

Considerato che in molti, sempre più spesso, mi scrivono o mi chiedono consigli per “fare qualcosa del genere”, ho deciso di approfondire il tema in questo articolo parlando dei piaceri del “viaggiare lento” e del lavoro alle sue spalle. Ecco quindi quali sono i miei (personalissimi) 10 consigli per essere dei futuri nomadi digitali. Tutto è basato sulla mia esperienza e le mie sensazioni, è molto probabile che non sia la stessa cosa per tutti.  

Nomade2
Dal Mirador del rio a Lanzarote. Essere nomade digitale implica rivalutare il valore del tempo.

9 consigli per aspiranti nomadi digitali:

1) Essere nomade digitale è uno stile di vita, non è una professione (e non è necessario scrivere blog di viaggi per vivere così!)

Come già detto prima, un nomade digitale è una persona che può lavorare da qualsiasi parte del mondo attraverso internet (da cui “digitale”) e che sceglie di cambiare location dopo una certa quantità di tempo. In molti credono che per essere nomade digitale bisogna essere blogger di viaggi e che questa sia l’unica maniera di finanziarsi una vita in movimento. Si capisce presto la confusione: i blogger sono la faccia visibile del nomadismo digitale ed è normale che possa apparire come l’unico modo per vivere così. Però no, il movimento è molto più grande ed in realtà i blogger (anche quelli di viaggi) non sono la maggioranza.

Ovviamente ci sono molti lavori che si possono fare a distanza ma prima c’è da compiere 2 passi fondamentali:

  • il primo passo per definire il tuo futuro come nomade è domandarti cosa ti piace fare e come poter combinare questo con il movimento.
  • Il secondo passo è iniziare a cercare persone che già lo fanno (domandare, googlare, leggere ed ancora leggere) per seguirne l’esempio. PS: è la ragione per cui ho deciso di scrivere questo articolo!

2) Dovrai abituarti a viaggiare lentamente (ed innamorarti della lentezza)

Generalmente quando ci guardano da fuori si fa molta più attenzione al termine “nomade” che a “digitale”, come se quest’ultima parola significasse solo che giriamo con un computer nello zaino che apriamo solo per inviare mail quando siamo annoiati. Personalmente mi sento un 25% nomade ed un 75% digitale, nel senso che lavoro molto più di quanto mi muova. Il mio viaggio, ora, consiste nel vivere luoghi differenti e metabolizzarli nella mia routine quotidiana. Prima mi fermavo un mese circa in un luogo prima di spostarmi nuovamente, ad oggi mi rendo conto che è troppo poco e quindi la permanenza media è di 3 mesi. Chissà che in futuro non decida di fermarmi per più tempo.

Secondo me (ma a quanto pare non è un’opinione diffusa), lavorare a distanza viaggiando significa necessariamente muoversi con lentezza, o almeno più lentamente rispetto ad un viaggio tradizionale. Mi risulta molto difficile restare seduto lavorare se cambio luogo ogni settimana, ho bisogno di tempi di ambientazione mentale e fisica molto più larghi. Questa è solo una delle ragioni per cui il vero nomade dovrebbe viaggiare lentamente. La più importante sta nel fatto che il viaggio è conoscenza ed è impossibile conoscere realmente un luogo in poco tempo. Viaggiare lentamente permette di conoscere attività, tradizioni, luoghi nascosti, attimi irripetibili, culture ma soprattutto persone a cui sarebbe impensabile avvicinarsi in pochi giorni.

N.B. Parlando di ciò non posso non suggerirvi questo bellissimo libro di Luis Sepúlveda, che fu per me galeotto facendomi percepire la bellezza del viaggiare lento: “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”. 

Sepulveda
Una delle più belle favole di Sepúlveda...

3) Scegli la destinazione in base ai tuoi interessi

Una delle cose migliori dell’essere nomadi digitale è che si può scegliere dove vivere e dove lavorare. Questo, per me, è il punto focale di questo stile di vita: la libertà di ubicazione. Personalmente sono un nomade particolare, nel senso che ho avuto la fortuna di incontrare il “mio” luogo già al primo tentativo… sto parlando delle Isole Canarie. Quando da noi in Italia comincia a fare freddo (parlo di Dicembre/Gennaio) vado in esilio volontario a Las Palmas, la capitale di Gran Canaria, ed ho fatto esperienze più o meno lunghe anche a Lanzarote, Fuerteventura, Tenerife e a La Palma. Alle Isole Canarie l’espressione “nomadismo digitale” si accompagna quasi sempre alla parola “surf” ed anche chi non arriva surfista il più delle volte finisce per diventarlo… dopo aver provato la prima volta è molto difficile cancellarne il ricordo.

Il mio consiglio è quindi quello di scegliere il luogo giusto in base ai propri interessi. Altre mete gettonate sono Bali (presa di mira sia dagli amanti del surf sia dagli appassionati di yoga e discipline orientali), la Thailandia, Berlino e Lisbona. C’è chi fa la “rotta del coworking” e passa unicamente per città che pullulano di uffici condivisi, così come c’è chi è in cerca di città con una vita culturale stimolante. Se ti piace nuotare ovviamente dovrai scegliere qualcosa sulla costa, mentre se ami fare trekking meglio optare per luoghi nelle zone interne. Ma prima di scegliere la propria destinazione c’è da tenere in conto SEMPRE tre fattori:

  • La qualità della connessione ad Internet, ciò può compromettere l’intero soggiorno!
  • I documenti ed i tempi di permanenza. Ci sono paesi nei quali il soggiorno massimo consentito è di 3 mesi ed altri in cui si può rimanere ancora meno. Da quanto ne so ci sono anche paesi che offrono il visto per freelancer (a Berlino dovrebbe essere così per i cittadini extra UE) o la working holiday visa. La cosa migliore da fare è chiedere alle ambasciate/consolati dei singoli paesi o andare su viaggiaresicuri.
  • Terzo fattore importante è, ovviamente, il costo della vita nel paese di destinazione. Ragion per cui in molto optano per Thailandia, Indonesia ed altri paesi del Sud-Est Asiatico. Alle Isole Canarie il costo della vita è praticamente identico a quello dell’Italia del Sud.
Soppa de Azul
Il "mio" coworking di riferimento a Las Palmas: Soppa de Azul

4) Approfitta dei siti di economia collaborativa per aspetti pratici come il cercare casa

Come faccio a cercare casa in una città dove non conosco nulla e nessuno? Come posso conoscere persone con i miei stessi interessi? Come m’informo sulle attività da fare sul luogo? Negli anni 90 risolvere questi problemi sarebbe stata una vera e propria mission impossible, ma oggi (per fortuna) ci sono i siti di economia collaborativa. Per cercare un alloggio solitamente concludo già tutto prima di partire tramite AirBnb, Booking o tramite gruppi Facebook locali, ma c’è anche l’opzione Housesitting, Couchsurfing, Workaway o Woofer (che però non preferisco in quanto desidero essere indipendente). Meetup, Eventbrite e gli stessi eventi Facebook invece sono fondamentali per conoscere persone con interessi affini ai tuoi e vivere a pieno la vita locale.

5) Dovrai gestire un nuovo tipo di routine quotidiana ed organizzarti di conseguenza

Essendo nomade digitale è molto probabile che tu sia il capo di te stesso, è molto probabile che tu sia un freelancers, che lavori per diversi clienti o che gestisci il tuo stesso business, ragion per cui non hai programmi di lavoro e tempistiche vincolanti, né orari fissi né nessuno che ti ricordi che “è ora di andare a lavoro!”. Per questo dovrai imparare ad essere produttivo e ad organizzarti da solo. Non preoccuparti, ci sono molti strumenti che possono aiutarti, qui ne trovi alcuni:

  • Asanaper organizzare notifiche di lavoro e liste di compiti da svolgere per progetti e condividerli con colleghi e collaboratori (se ne hai)
  • Wunderlist, molto simile ad Asana
  • Un quaderno, il mio strumento principale di lavoro (si in questo sono molto vintage)

6) Una volta arrivato a destinazione cerca spazi condivisi, sociali, coworking e crea una tua rete (virtuale ma soprattutto reale). In pratica: è vero che non conosci nessuno ma non smettere di socializzare!

Sentirsi parte di un gruppo o di una comunità è fondamentale, anzi direi necessario. È sicuramente positivo conoscere sempre persone nuove, ma è altrettanto importante riuscire a realizzare vincoli che vadano al di là della mera conoscenza, vincoli che possano rimanere anche quanto decidi di prendere l’aereo per tornare o cambiare destinazione. Inoltre quanti più Amici (la A maiuscola è voluta) hai, tante più case “possiedi” in giro per il mondo. Personalmente penso che “non si può crescere soli” e ciò vale sia dal punto lavorativo (ma non è la cosa più importante) che dal punto di vista umano/emozionale (fondamentale).

In alcuni luoghi del mondo (come Bali, Chiang Mai o anche la stessa Las Palmas de Gran Canaria) è più facile sentirsi parte di una comunità in quanto si tratta di mete preferite dai nomadi digitali, ragion per cui è più facile fare amicizia e trovare persone col tuo stesso modo di pensare (basta andare in qualsiasi coworking). Ovviamente, però, ci sono luoghi nel mondo in cui di nomadi digitali neanche l’ombra. In casi come questi ci sono diverse opzioni:

  • Couchsurfing
  • Fare lezioni di qualsiasi cosa ti interessi: ballo, lingua, pittura, ecc. Durante la mia prima esperienza iniziai a fare tango.Seguire un corso per apprendere, almeno le basi, della lingua locale è un opzione addirittura perfetta.

7) Vivere in movimento può portarti dei conflitti interiori che altrimenti non avresti.È normale, bisogna solo imparare a gestirli.

Spesso ti ritroverai a pensare cose del tipo: “Sono realmente felice mentre viaggio? Quanto mi costano i continui addii? Quanto costa, ogni volta, non solo l’adattarsi fisicamente ad un luogo ma anche l’adattamento dal punto di vista emozionale? Voglio fare questo per tutta la vita? Voglio una casa… ma non voglio smettere di essere homeless! Penso di avere due vite. Le mie due vite non potranno mai coincidere!”. E tante altre della stessa tipologia psico-relazionale…

Beh! Personalmente non ho consigli in merito a come gestire tutte queste domande, sono ancora alla ricerca di risposte e, per ora, penso che il modo migliore per non lasciarsi sopraffare dai dubbi sia quello di tenerli presenti ma in un angolino della mente e “curare” sia il proprio corpo che il proprio spirito nel migliori dei modi possibile: camminare, nuotare, partecipare, parlare, conoscere e così via… ma soprattutto c’è da chiedersi: “Voglio davvero rimanere nella mia comfort zone?”

8) Se cominci con un progetto online (a distanza o meno) e non vedi risultati immediati non abbandonare: ricorda che la crescita è un processo lento

Questa, più che una regola dedicata ai nomadi digitali, è una regola dei progetti web in generale. Sono rarissimi i casi in cui un’idea (uno store, un blog o qualsiasi altra cosa si abbia in mente) vada in porto da subito. Ovviamente non ci sono delle tempistiche medie (cambiano da settore a settore e da progetto a progetto). Giusto per fare un esempio, questo sito ha cominciato ad avere risultati degni di nota dopo quasi un anno. A mio parere, i fattori fondamentali alla base della riuscita di un progetto ed alla base delle sue tempistiche sono:

  • “cazzimma” dell’ideatore (perdonatemi lo slang borbonico!)
  • bontà dell’idea
  • fattibilità del progetto
  • tempo da investire nel progetto
  • budget a disposizione, laddove non per forza a budget alti corrispondono ottimi risultati.

9) Chiudi il PC ogni tanto. Prendi tempo per rilassarti e disconnetterti dal Lavoro

Essere nomade può voler dire che passerai ore avanti al computer e che, probabilmente, lavorerai molto più di quanto non pensi (soprattutto inizialmente). Per questa ragione è molto importante imporsi dei limiti, definire gli orari di lavoro e cercare di metterti in connessione col luogo in cui hai scelto di vivere (non dimenticare le ragioni che ti hanno portato li!).

Nomade3
Nelle dune di Corralejo (Fuerteventura). Essere nomadi digitali vuol dire anche vivere di tramonti...

Consiglio fondamentale è quello di usare il proprio tempo libero per fare cose senza tecnologia: camminare, godere della natura, correre, cucinare per qualcuno, prendersi una vacanza. Personalmente ho scelto di avere un telefono senza connessione dati, in modo da non correre il rischio di ricevere notifiche di qualsiasi genere quando non sono a lavoro ed incollarmi a mail, WhatsApp e tool vari. Lo so, può sembrare strano, ma dopo anni vissuti in questo modo non riuscirei a tornare indietro.

Non dimenticare mai che hai scelto questo stile di vita per avere libertà, conoscere nuovi luoghi e nuove culture. Quindi stammi a sentire, lascia il telefono, allontanati dallo schermo e trasformati in nomade analogico quando puoi!

La mia esperienza: perché proprio Las Palmas de Gran Canaria?

Mi sento un po’ diverso dal classico nomade digitale, penso che la vera essenza del nomadismo sia quella di conoscere la cultura locale, si, ma anche di farne parte per viverla e rispettarla. Purtroppo sono rare le volte in cui ho conosciuto altri nomadi provare a fare lo stesso. L’unica cosa che ho in comune con il classico nomade è la continua ricerca del buon clima e del buon vivere.

È indubbio che alle Isole Canarie ci sia una qualità della vita migliore rispetto al caro e vecchio continente, e ciò per alcuni fattori che ritengo essenziali:

  • Las Palmas vive in una condizione di eterna primavera, l’inverno non arriva praticamente mai e le estati non sono quasi mai torride e afose. Normalmente le temperature non vanno mai sotto i 20° o sopra i 30° il che rende perfetta la definizione di “isole fortunate” sostenuta, tra gli altri, anche da Plinio il Vecchio (si i Romani sono arrivati fin qui!)
  • c’è un continuo contatto con la natura e col mare. La stessa Las Palmas, pur essendo una città di circa 400 mila abitanti, mantiene ancora un rapporto costante col mare, basti pensare alla Playa de Las Canteras ed alla penisola de El Confital che praticamente sono in pieno centro urbano.

*** importantissimo quello che stai per leggere! ***

Deluderò qualcuno con quello che sto per dire ma a Las Palmas, benché la temperatura media sia ottimale, il clima è tutt’altro che soleggiato, insomma non si tratta del paradiso tropicale tutto palme e spiagge che ci aspetteremmo. Sorpreso vero? Infatti la capitale Canariona “soffre” il fenomeno della panza de burro (ITA: pancia d’asino) ovvero il sole non appare pressoché mai, il cielo è quasi sempre nuvoloso, bianco, appunto come la panca dell’asino. Questo accade a causa dei venti Alisei che spazzano costantemente le Isole e che soffiando da Nord-Est spingono le nubi verso le montagne producendo un accumulo di nubi a bassa altezza nel lato Nord delle Isole. Questo fenomeno è visibile in tutto il Nord di Gran Canaria e Tenerife. Non ci credi? Posto qui sotto una webcam fissa sulla città, sono pronto a scommettere che non vedrai sole!

Ma allora mi chiederete… perché mai hai scelto Las Palmas? Beh innanzitutto è una città in cui non si ha mai freddo, poi c’e da dire che la panza de burro riguarda solo il Nord dell’Isola, al Sud il clima è caldo e soleggiato durante tutto l’anno. I fine settimana quindi… tutti al Sud! Inoltre, dopo un po’ di tempo, alla panza de burro ci si fa abitudine e finisce per diventare una piacevole e costante presenza nella vita quotidiana, come una specie di coperta calda.

Altro motivo che mi spinge a scegliere la città Canaria è la lingua. Infatti non riesco a considerare l’inglese come una lingua mia e, visto che in un’esperienza del genere il tessere relazioni ed il parlare con la gente è (forse) il fattore fondamentale, preferisco andare in posti dove gestisco a pieno la lingua locale, potendo afferrare anche quelle sfumature e particolarità che rendono lo spagnolo una lingua super affascinante.

Il fatto di essere una città attraente per i nomadi digitali (che di norma sono di lingua inglese) è un surplus. Infatti, permette di avere una vita culturale più stimolante, una società più dinamica, l’avere a che fare con altre persone con lo stesso background e tutta una serie di servizi diversi, tra tutti… i coworking.

Una delle domande che più spesso mi viene rivolta è proprio in riferimento al dove andare fisicamente a lavorare. Sul se conviene o meno lavorare in questi uffici condivisi. La risposta non è univoca, nel senso che dipende da:

  • necessità tecniche lavorative (velocità di internet, necessità di spazio fisico ecc.)
  • volontà di stare a contatto con altri professionisti
  • budget mensile a disposizione (per vivere)
  • se ti va o meno di avere a che fare con altri nomadi digitali

Su quale coworking scegliere, personalmente non ho alcun dubbio. Il mio posto fisso è a Soppa de Azul, in pieno barrio de La Isleta ed a pochi metri da la Playa de Las Canteras. Soppa non è il classico coworking dove si trovano unicamente nerd e smanettoni digitali, infatti è composto da due piani, quello di sotto è destinato ad artisti ed artigiani mentre quello di sopra ai pc-dipendenti (di cui faccio parte). Questo strano mix di personalità rende Soppa de Azul uno spazio culturalmente stimolante, un po’ bohémien, oltre che perfetto per lavorare in tranquillità e con un’ottima connessione internet.

Con Alecs, l'
Con Alecs, l'"inventore" di Soppa de Azul

A Las Palmas, inoltre, è possibile andare in spiaggia e fare surf in piena città. Nella zona della Cicer sul Paseo de Las Canteras ci sono tutta una serie di scuole di surf e negozi che affittano/vendono tavole e mute. In media una lezione costa tra i 25 ed i 30 euro e per chi non ha mai praticato ne consiglio vivamente almeno una (tanto per capire le basi e stare in sicurezza).

Metti insieme nomadi digitali, surfisti ed una popolazione locale storicamente aperta agli altri popoli (la posizione in pieno Oceano Atlantico fa del Puerto de la Luz una delle vie preferite per gli scambi tra Americhe ed Europa) e si ottiene una vita culturale piena di brio, in costante innovazione e mai noiosa. Spazi come Atlas, La Fabrica e centri culturali come il CAAM o La Regenta (ve ne ho nominati solo alcuni) permettono a chi ha la fortuna di vivere nella città atlantica di non annoiarsi mai, né di giorno né di notte.

In ultima, per me vero fiore all’occhiello della vita da nomade digitale a Las Palmas, è proprio la cultura canaria. Tutto riflette l’essere una via di mezzo tra Europa ed America Latina, dall’architettura coloniale ad ingredienti della gastronomia come il gofio, dalla Guagua al Carnaval (decisamente festeggiato in stile Rio). Ragion per cui vi invito non solo a vivere le spiagge ed i coworking ma anche ad avventurarvi nei paesi all’interno dell’Isola, spesso singolari come Tejeda, e vi invito a fare trekking, ad andare nei bar per parlare con gli anziani, a ballare la isa marinera o il tajaraste, ad andare per romerias ed alle feste popolari.

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Il panorama di Tejeda. Riconosciuto tra i paesi più belli di tutta la Spagna.

Conclusioni

In che modo diventare nomadi digitali, quando decidere di partire e quando (e per quanto) decidere di tornare, ovviamente sono scelte che riflettono il carattere e le predisposizioni di ciascuno di noi. L’intento di questo articolo è solo quello di dare qualche consiglio condividendo la mia esperienza.

Nella vita ci sono priorità che cambiano, così come anche obiettivi. Dopo aver viaggiato per mesi è normale avere voglia di riposare e prendersi una “vacanza”, passare 1/2/3/6 mesi con la propria famiglia, nella propria città.

Quello che dobbiamo fare è cercare di organizzare il più possibile ogni giorno, settimana o mese: cercare di passare tempo di qualità, che ci faccia felici, far si che questo sia compatibile col nostro lavoro e col creare valore (attenzione non parlo solo del valore economico). Non dobbiamo mai smettere di conoscere cose nuove, imparare sul lavoro, nella vita, nelle relazioni. Dobbiamo riscoprire il valore del Tempo (si, la T maiuscola è voluta!). È l’unico modo che abbiamo di essere la migliore versione di noi stessi.

Se il tuo desiderio è quello di essere un nomade digitale, è anche probabile che dopo qualche mese cambierai idea. Per cui chiediti: cosa sei disposto realmente a sacrificare per raggiungere i tuoi obiettivi (insieme alla tua felicità)?

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