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chi sono i nomadi digitali

Chi sono i nomadi digitali? La mia esperienza

Vincenzo Calicchio No Comments

La mia prima esperienza è diversa dalle solite perché quando ho sentito parlare inizialmente di nomadismo digitale… ero già un nomade digitale! Ma non sapevo di esserlo. Non ancora. Ma chi sono i nomadi digitali? Tutto è nato quasi per caso. Un lavoro trovato alle Isole Canarie e qualche anno dopo la voglia di ritornare mentre tutto intorno a me era grigio e piovoso. Improvvisamente mi resi conto che il mio lavoro mi permetteva di viaggiare senza intaccare la qualità del servizio offerto ai miei clienti. Così, meno di un mese dopo, eccomi di ritorno a Las Palmas de Gran Canaria!

La bellissima playa de Las Canteras a Las Palmas de Gran Canaria

È proprio qui, nel bel mezzo dell’oceano Atlantico, che realizzo di non essere il solo ad aver fatto questo strano percorso (mentale? psicologico? di sicuro molto personale). In questo ambiente ci sono persone da tutto il mondo – America Latina, Europa, USA, Canada… – e tutti con un unico obiettivo, quello di viaggiare sfruttando la grande opportunità di poter lavorare ovunque sul globo, avendo come unico ufficio un semplice portatile.

Così ho iniziato a cercare altre persone che stavano vivendo la mia stessa esperienza e cominciai a rendermi conto che ovunque nel mondo, in tanti eravamo sullo stesso cammino. Fu allora che capii cosa significava essere un nomade digitale.

Cos’è un nomade digitale?

Alcuni esempi:

Secondo la mia esperienza esistono tre tipi di nomadi digitali.

#1 Nomadi con professioni autonome o freelance

Coloro che per essenza stessa della loro professione possono lavorare in qualsiasi parte del mondo. Ovvero:

  • Gruppo 1: scrittori, redattori di contenuti, traduttori, correttori/revisori.
  • Gruppo 2: disegnatori grafici, disegnatori web, programmatori.
  • Gruppo 3: fotografi, video-maker ecc..

Se ti viene in mente qualcos’altro scrivimelo nel commenti!

#2 Nomadi che hanno trasformato il loro lavoro da tradizionale ad online

Per esempio:

  • Consulenti di ogni genere come professionisti, autonomi, PMI o aziende che lavorano mediante Skype o telefono (e questo direi che in parte è il mio caso). Esempi: ho conosciuto chi fornisce consulenze di ogni tipo… di coppia, legali, di interior design, ma ce ne sono di tantissimi tipi!
  • Professori di qualsiasi disciplina che hanno la possibilità di dare lezioni online via Skype. Esempi: lingue, matematica, chimica, fisica ecc…
  • Lavoratori dipendenti a cui hanno “dato il consenso” di lavorare a distanza. Sono una specie rara ma esistono, ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di lavori digitali.
  • Ricercatori e studiosi di ogni tipo che approfittano dei loro tempi “di scrittura” per lavorare viaggiando.

#3 Nomadi che vivono del loro progetto web

Si tratta di coloro che fanno del proprio sito web la loro principale (o unica) fonte di entrate, ad esempio: vendono infoprodotti, guadagnano con le affiliazioni, con gli annunci pubblicitari o con la gestione da remoto di eCommerce.

Questa terza categoria di nomadi digitali lavora one-to-many, ovvero il loro progetto online è scalabile. Possono rispondere ad un aumento della domanda senza alcun problema giacché i loro prodotti sono disponibili alla vendita h24.

Si ma ora mi chiederete… secondo la tua esperienza, chi può definirsi “nomade digitale”? Ecco quello che penso, insieme ad alcuni consigli.

digital

Chi sono i nomadi digitali per me?

“i nomadi digitali sono persone che possono portare il loro lavoro con sé e realizzarlo in qualsiasi parte del mondo, a qualunque ora del giorno o della notte. Ciò gli permette di ricevere entrate in cambio dei servizi o prodotti che fornisce sufficienti a condurre uno stile di vita di qualità.”

Analizziamo questa frase parte per parte:

  • «… portare il loro lavoro con sé…»: il nomade digitale generalmente lavora con un pc portatile/laptop, notebook/netbook, tablet e/o smartphone. Fondamentale (per non dire vitale!) per un nomade digitale è una buona connessione Internet.

Il mio equipaggiamento:

  1. PC portatile. Non hai bisogno di nient’altro giacché puoi lavorare tranquillamente in cloud e lasciare tutto online per poter poi accedere a queste informazioni in qualsiasi momento e con qualsiasi dispositivo. Per il lavoro che faccio, Google Drive è un ottimo strumento, ma se lavorate in gruppo anche Asana, Wunderlist o semplicemente i gruppi WhatsApp possono essere utili.
  2. Smartphone. Nella mia esperienza è anche più importante dello stesso pc, giacché continuamente sono in contatto con clienti, fornitori e colleghi. Inoltre lo smartphone può “salvarti la vita” nelle situazioni in cui il pc decide di abbandonarti all’improvviso. 

Consiglio: Ogni qualvolta si fitta una stanza va sempre richiesta la presenza del wifi e testata la qualità del segnale. 

  • «… realizzarlo in qualsiasi parte del mondo…»: ho visto nomadi digitale lavorare in ostelli, pensioni, stanze in affitto, in piazza, in spiaggia e tantissimi nei bar. Tutte le città prese di mira dai nomadi digitali hanno i loro bar “per nomadi digitali”, ovvero dove consentono di occupare posti a sedere per ore sfruttando la connessione wifi. Ovviamente regola basilare di buon senso è quella di ordinare qualcosa 🙂

Personalmente, tranne rare situazioni (ad esempio quando si è in viaggio), ho sempre preferito lavorare negli spazi coworking dove, tra l’altro, c’è l’opportunità di conoscere molte persone.

  • «… a qualunque ora del giorno o della notte …»: personalmente non faccio parte di questa categoria in quanto anche all’estero faccio orari da agenzia ed alle 18 ore italiane chiudo il pc. Ovviamente su ciò influisce tanto il fuso orario, nel senso che sarebbe oggettivamente impossibile lavorare con oltre 2 ore di differenza dall’Italia, dovrei svegliarmi troppo presto o finire troppo tardi. Se lavorassi dall’Australia dovrei praticamente vivere di notte e dormire di giorno 🙂 Ma in fin dei conti è il nomade digitale il responsabile del suo successo e le ore e le modalità di lavoro sono del tutto personali.
  • «… ricevere entrate…»: il nomade digitale ha una certa libertà finanziaria. Generalmente guadagna attraverso bonifici o trasferimenti PayPal e realizza le sue spese giornaliere prelevando agli sportelli o direttamente con carte di credito. Ma soprattutto di solito si tratta di persone che hanno capito a pieno il valore del tempo, e che hanno la coscienza della sua maggiore importanza rispetto al danaro. Il nomade digitale (qualora le circostanze lo permettano) non baratterebbe mai la qualità e la quantità del suo tempo libero per un guadagno ulteriore.

Ritornando ai fattori pratici c’è chi usa le carte di credito internazionali che, a quando pare, non sono di molto più care di una carte ordinaria. Personalmente preferisco prelevare nelle casse automatiche con transazioni che hanno sempre un costo fisso (intorno ai 5 euro).

  • «… condurre uno stile di vita di qualità.»: nulla di meglio che essere liberi di scegliere quando, quanto, dove e per chi lavorare. Ancora meglio se lo si può fare mentre conosciamo altre persone, altri paesi e culture.

Ovviamente anche nel mio concetto di “stile di vita di qualità” è intrinseco il valore del tempo. Il nomade digitale è una persona che, di solito, antepone la qualità del suo tempo a tutto, anche alle stesse entrate. Il ragionamento alla base è “meglio guadagnare meno avendo tempo libero di qualità che guadagnare tanto non avendo tempo libero”.

Fino a qualche anno fa il termine “nomade digitale” nemmeno esisteva (o almeno si conosceva poco), non c’erano blog a tema e l’idea di lavorare fuori dal proprio ufficio era considerato una pazzia. Ma, soprattutto da qualche mese a questa parte, noto un crescente interesse per il tema e le opportunità che ne conseguono. Questa cosa mi rende immensamente felice in quanto penso che da un cambiamento del concetto di lavoro in sé (non più subito ma “vissuto”) non possa che nascere un reale cambiamento che la mia generazione ha solo avuto il privilegio di avviare.

Considerato che in molti, sempre più spesso, mi scrivono o mi chiedono consigli per “fare qualcosa del genere”, ho deciso di approfondire il tema in questo articolo parlando dei piaceri del “viaggiare lento” e del lavoro alle sue spalle. Ecco quindi quali sono i miei (personalissimi) 10 consigli per essere dei futuri nomadi digitali. Tutto è basato sulla mia esperienza e le mie sensazioni, è molto probabile che non sia la stessa cosa per tutti.  

Nomade2
Dal Mirador del rio a Lanzarote. Essere nomade digitale implica rivalutare il valore del tempo.

9 consigli per aspiranti nomadi digitali:

1) Essere nomade digitale è uno stile di vita, non è una professione (e non è necessario scrivere blog di viaggi per vivere così!)

Come già detto prima, un nomade digitale è una persona che può lavorare da qualsiasi parte del mondo attraverso internet (da cui “digitale”) e che sceglie di cambiare location dopo una certa quantità di tempo. In molti credono che per essere nomade digitale bisogna essere blogger di viaggi e che questa sia l’unica maniera di finanziarsi una vita in movimento. Si capisce presto la confusione: i blogger sono la faccia visibile del nomadismo digitale ed è normale che possa apparire come l’unico modo per vivere così. Però no, il movimento è molto più grande ed in realtà i blogger (anche quelli di viaggi) non sono la maggioranza.

Ovviamente ci sono molti lavori che si possono fare a distanza ma prima c’è da compiere 2 passi fondamentali:

  • il primo passo per definire il tuo futuro come nomade è domandarti cosa ti piace fare e come poter combinare questo con il movimento.
  • Il secondo passo è iniziare a cercare persone che già lo fanno (domandare, googlare, leggere ed ancora leggere) per seguirne l’esempio. PS: è la ragione per cui ho deciso di scrivere questo articolo!

2) Dovrai abituarti a viaggiare lentamente (ed innamorarti della lentezza)

Generalmente quando ci guardano da fuori si fa molta più attenzione al termine “nomade” che a “digitale”, come se quest’ultima parola significasse solo che giriamo con un computer nello zaino che apriamo solo per inviare mail quando siamo annoiati. Personalmente mi sento un 25% nomade ed un 75% digitale, nel senso che lavoro molto più di quanto mi muova. Il mio viaggio, ora, consiste nel vivere luoghi differenti e metabolizzarli nella mia routine quotidiana. Prima mi fermavo un mese circa in un luogo prima di spostarmi nuovamente, ad oggi mi rendo conto che è troppo poco e quindi la permanenza media è di 3 mesi. Chissà che in futuro non decida di fermarmi per più tempo.

Secondo me (ma a quanto pare non è un’opinione diffusa), lavorare a distanza viaggiando significa necessariamente muoversi con lentezza, o almeno più lentamente rispetto ad un viaggio tradizionale. Mi risulta molto difficile restare seduto lavorare se cambio luogo ogni settimana, ho bisogno di tempi di ambientazione mentale e fisica molto più larghi. Questa è solo una delle ragioni per cui il vero nomade dovrebbe viaggiare lentamente. La più importante sta nel fatto che il viaggio è conoscenza ed è impossibile conoscere realmente un luogo in poco tempo. Viaggiare lentamente permette di conoscere attività, tradizioni, luoghi nascosti, attimi irripetibili, culture ma soprattutto persone a cui sarebbe impensabile avvicinarsi in pochi giorni.

N.B. Parlando di ciò non posso non suggerirvi questo bellissimo libro di Luis Sepúlveda, che fu per me galeotto facendomi percepire la bellezza del viaggiare lento: “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”. 

Sepulveda
Una delle più belle favole di Sepúlveda...

3) Scegli la destinazione in base ai tuoi interessi

Una delle cose migliori dell’essere nomadi digitale è che si può scegliere dove vivere e dove lavorare. Questo, per me, è il punto focale di questo stile di vita: la libertà di ubicazione. Personalmente sono un nomade particolare, nel senso che ho avuto la fortuna di incontrare il “mio” luogo già al primo tentativo… sto parlando delle Isole Canarie. Quando da noi in Italia comincia a fare freddo (parlo di Dicembre/Gennaio) vado in esilio volontario a Las Palmas, la capitale di Gran Canaria, ed ho fatto esperienze più o meno lunghe anche a Lanzarote, Fuerteventura, Tenerife e a La Palma. Alle Isole Canarie l’espressione “nomadismo digitale” si accompagna quasi sempre alla parola “surf” ed anche chi non arriva surfista il più delle volte finisce per diventarlo… dopo aver provato la prima volta è molto difficile cancellarne il ricordo.

Il mio consiglio è quindi quello di scegliere il luogo giusto in base ai propri interessi. Altre mete gettonate sono Bali (presa di mira sia dagli amanti del surf sia dagli appassionati di yoga e discipline orientali), la Thailandia, Berlino e Lisbona. C’è chi fa la “rotta del coworking” e passa unicamente per città che pullulano di uffici condivisi, così come c’è chi è in cerca di città con una vita culturale stimolante. Se ti piace nuotare ovviamente dovrai scegliere qualcosa sulla costa, mentre se ami fare trekking meglio optare per luoghi nelle zone interne. Ma prima di scegliere la propria destinazione c’è da tenere in conto SEMPRE tre fattori:

  • La qualità della connessione ad Internet, ciò può compromettere l’intero soggiorno!
  • I documenti ed i tempi di permanenza. Ci sono paesi nei quali il soggiorno massimo consentito è di 3 mesi ed altri in cui si può rimanere ancora meno. Da quanto ne so ci sono anche paesi che offrono il visto per freelancer (a Berlino dovrebbe essere così per i cittadini extra UE) o la working holiday visa. La cosa migliore da fare è chiedere alle ambasciate/consolati dei singoli paesi o andare su viaggiaresicuri.
  • Terzo fattore importante è, ovviamente, il costo della vita nel paese di destinazione. Ragion per cui in molto optano per Thailandia, Indonesia ed altri paesi del Sud-Est Asiatico. Alle Isole Canarie il costo della vita è praticamente identico a quello dell’Italia del Sud.
Soppa de Azul
Il "mio" coworking di riferimento a Las Palmas: Soppa de Azul

4) Approfitta dei siti di economia collaborativa per aspetti pratici come il cercare casa

Come faccio a cercare casa in una città dove non conosco nulla e nessuno? Come posso conoscere persone con i miei stessi interessi? Come m’informo sulle attività da fare sul luogo? Negli anni 90 risolvere questi problemi sarebbe stata una vera e propria mission impossible, ma oggi (per fortuna) ci sono i siti di economia collaborativa. Per cercare un alloggio solitamente concludo già tutto prima di partire tramite AirBnb, Booking o tramite gruppi Facebook locali, ma c’è anche l’opzione Housesitting, Couchsurfing, Workaway o Woofer (che però non preferisco in quanto desidero essere indipendente). Meetup, Eventbrite e gli stessi eventi Facebook invece sono fondamentali per conoscere persone con interessi affini ai tuoi e vivere a pieno la vita locale.

5) Dovrai gestire un nuovo tipo di routine quotidiana ed organizzarti di conseguenza

Essendo nomade digitale è molto probabile che tu sia il capo di te stesso, è molto probabile che tu sia un freelancers, che lavori per diversi clienti o che gestisci il tuo stesso business, ragion per cui non hai programmi di lavoro e tempistiche vincolanti, né orari fissi né nessuno che ti ricordi che “è ora di andare a lavoro!”. Per questo dovrai imparare ad essere produttivo e ad organizzarti da solo. Non preoccuparti, ci sono molti strumenti che possono aiutarti, qui ne trovi alcuni:

  • Asanaper organizzare notifiche di lavoro e liste di compiti da svolgere per progetti e condividerli con colleghi e collaboratori (se ne hai)
  • Wunderlist, molto simile ad Asana
  • Un quaderno, il mio strumento principale di lavoro (si in questo sono molto vintage)

6) Una volta arrivato a destinazione cerca spazi condivisi, sociali, coworking e crea una tua rete (virtuale ma soprattutto reale). In pratica: è vero che non conosci nessuno ma non smettere di socializzare!

Sentirsi parte di un gruppo o di una comunità è fondamentale, anzi direi necessario. È sicuramente positivo conoscere sempre persone nuove, ma è altrettanto importante riuscire a realizzare vincoli che vadano al di là della mera conoscenza, vincoli che possano rimanere anche quanto decidi di prendere l’aereo per tornare o cambiare destinazione. Inoltre quanti più Amici (la A maiuscola è voluta) hai, tante più case “possiedi” in giro per il mondo. Personalmente penso che “non si può crescere soli” e ciò vale sia dal punto lavorativo (ma non è la cosa più importante) che dal punto di vista umano/emozionale (fondamentale).

In alcuni luoghi del mondo (come Bali, Chiang Mai o anche la stessa Las Palmas de Gran Canaria) è più facile sentirsi parte di una comunità in quanto si tratta di mete preferite dai nomadi digitali, ragion per cui è più facile fare amicizia e trovare persone col tuo stesso modo di pensare (basta andare in qualsiasi coworking). Ovviamente, però, ci sono luoghi nel mondo in cui di nomadi digitali neanche l’ombra. In casi come questi ci sono diverse opzioni:

  • Couchsurfing
  • Fare lezioni di qualsiasi cosa ti interessi: ballo, lingua, pittura, ecc. Durante la mia prima esperienza iniziai a fare tango.Seguire un corso per apprendere, almeno le basi, della lingua locale è un opzione addirittura perfetta.

7) Vivere in movimento può portarti dei conflitti interiori che altrimenti non avresti.È normale, bisogna solo imparare a gestirli.

Spesso ti ritroverai a pensare cose del tipo: “Sono realmente felice mentre viaggio? Quanto mi costano i continui addii? Quanto costa, ogni volta, non solo l’adattarsi fisicamente ad un luogo ma anche l’adattamento dal punto di vista emozionale? Voglio fare questo per tutta la vita? Voglio una casa… ma non voglio smettere di essere homeless! Penso di avere due vite. Le mie due vite non potranno mai coincidere!”. E tante altre della stessa tipologia psico-relazionale…

Beh! Personalmente non ho consigli in merito a come gestire tutte queste domande, sono ancora alla ricerca di risposte e, per ora, penso che il modo migliore per non lasciarsi sopraffare dai dubbi sia quello di tenerli presenti ma in un angolino della mente e “curare” sia il proprio corpo che il proprio spirito nel migliori dei modi possibile: camminare, nuotare, partecipare, parlare, conoscere e così via… ma soprattutto c’è da chiedersi: “Voglio davvero rimanere nella mia comfort zone?”

8) Se cominci con un progetto online (a distanza o meno) e non vedi risultati immediati non abbandonare: ricorda che la crescita è un processo lento

Questa, più che una regola dedicata ai nomadi digitali, è una regola dei progetti web in generale. Sono rarissimi i casi in cui un’idea (uno store, un blog o qualsiasi altra cosa si abbia in mente) vada in porto da subito. Ovviamente non ci sono delle tempistiche medie (cambiano da settore a settore e da progetto a progetto). Giusto per fare un esempio, questo sito ha cominciato ad avere risultati degni di nota dopo quasi un anno. A mio parere, i fattori fondamentali alla base della riuscita di un progetto ed alla base delle sue tempistiche sono:

  • “cazzimma” dell’ideatore (perdonatemi lo slang borbonico!)
  • bontà dell’idea
  • fattibilità del progetto
  • tempo da investire nel progetto
  • budget a disposizione, laddove non per forza a budget alti corrispondono ottimi risultati.

9) Chiudi il PC ogni tanto. Prendi tempo per rilassarti e disconnetterti dal Lavoro

Essere nomade può voler dire che passerai ore avanti al computer e che, probabilmente, lavorerai molto più di quanto non pensi (soprattutto inizialmente). Per questa ragione è molto importante imporsi dei limiti, definire gli orari di lavoro e cercare di metterti in connessione col luogo in cui hai scelto di vivere (non dimenticare le ragioni che ti hanno portato li!).

Nomade3
Nelle dune di Corralejo (Fuerteventura). Essere nomadi digitali vuol dire anche vivere di tramonti...

Consiglio fondamentale è quello di usare il proprio tempo libero per fare cose senza tecnologia: camminare, godere della natura, correre, cucinare per qualcuno, prendersi una vacanza. Personalmente ho scelto di avere un telefono senza connessione dati, in modo da non correre il rischio di ricevere notifiche di qualsiasi genere quando non sono a lavoro ed incollarmi a mail, WhatsApp e tool vari. Lo so, può sembrare strano, ma dopo anni vissuti in questo modo non riuscirei a tornare indietro.

Non dimenticare mai che hai scelto questo stile di vita per avere libertà, conoscere nuovi luoghi e nuove culture. Quindi stammi a sentire, lascia il telefono, allontanati dallo schermo e trasformati in nomade analogico quando puoi!

La mia esperienza: perché proprio Las Palmas de Gran Canaria?

Mi sento un po’ diverso dal classico nomade digitale, penso che la vera essenza del nomadismo sia quella di conoscere la cultura locale, si, ma anche di farne parte per viverla e rispettarla. Purtroppo sono rare le volte in cui ho conosciuto altri nomadi provare a fare lo stesso. L’unica cosa che ho in comune con il classico nomade è la continua ricerca del buon clima e del buon vivere.

È indubbio che alle Isole Canarie ci sia una qualità della vita migliore rispetto al caro e vecchio continente, e ciò per alcuni fattori che ritengo essenziali:

  • Las Palmas vive in una condizione di eterna primavera, l’inverno non arriva praticamente mai e le estati non sono quasi mai torride e afose. Normalmente le temperature non vanno mai sotto i 20° o sopra i 30° il che rende perfetta la definizione di “isole fortunate” sostenuta, tra gli altri, anche da Plinio il Vecchio (si i Romani sono arrivati fin qui!)
  • c’è un continuo contatto con la natura e col mare. La stessa Las Palmas, pur essendo una città di circa 400 mila abitanti, mantiene ancora un rapporto costante col mare, basti pensare alla Playa de Las Canteras ed alla penisola de El Confital che praticamente sono in pieno centro urbano.

*** importantissimo quello che stai per leggere! ***

Deluderò qualcuno con quello che sto per dire ma a Las Palmas, benché la temperatura media sia ottimale, il clima è tutt’altro che soleggiato, insomma non si tratta del paradiso tropicale tutto palme e spiagge che ci aspetteremmo. Sorpreso vero? Infatti la capitale Canariona “soffre” il fenomeno della panza de burro (ITA: pancia d’asino) ovvero il sole non appare pressoché mai, il cielo è quasi sempre nuvoloso, bianco, appunto come la panca dell’asino. Questo accade a causa dei venti Alisei che spazzano costantemente le Isole e che soffiando da Nord-Est spingono le nubi verso le montagne producendo un accumulo di nubi a bassa altezza nel lato Nord delle Isole. Questo fenomeno è visibile in tutto il Nord di Gran Canaria e Tenerife. Non ci credi? Posto qui sotto una webcam fissa sulla città, sono pronto a scommettere che non vedrai sole!

Ma allora mi chiederete… perché mai hai scelto Las Palmas? Beh innanzitutto è una città in cui non si ha mai freddo, poi c’e da dire che la panza de burro riguarda solo il Nord dell’Isola, al Sud il clima è caldo e soleggiato durante tutto l’anno. I fine settimana quindi… tutti al Sud! Inoltre, dopo un po’ di tempo, alla panza de burro ci si fa abitudine e finisce per diventare una piacevole e costante presenza nella vita quotidiana, come una specie di coperta calda.

Altro motivo che mi spinge a scegliere la città Canaria è la lingua. Infatti non riesco a considerare l’inglese come una lingua mia e, visto che in un’esperienza del genere il tessere relazioni ed il parlare con la gente è (forse) il fattore fondamentale, preferisco andare in posti dove gestisco a pieno la lingua locale, potendo afferrare anche quelle sfumature e particolarità che rendono lo spagnolo una lingua super affascinante.

Il fatto di essere una città attraente per i nomadi digitali (che di norma sono di lingua inglese) è un surplus. Infatti, permette di avere una vita culturale più stimolante, una società più dinamica, l’avere a che fare con altre persone con lo stesso background e tutta una serie di servizi diversi, tra tutti… i coworking.

Una delle domande che più spesso mi viene rivolta è proprio in riferimento al dove andare fisicamente a lavorare. Sul se conviene o meno lavorare in questi uffici condivisi. La risposta non è univoca, nel senso che dipende da:

  • necessità tecniche lavorative (velocità di internet, necessità di spazio fisico ecc.)
  • volontà di stare a contatto con altri professionisti
  • budget mensile a disposizione (per vivere)
  • se ti va o meno di avere a che fare con altri nomadi digitali

Su quale coworking scegliere, personalmente non ho alcun dubbio. Il mio posto fisso è a Soppa de Azul, in pieno barrio de La Isleta ed a pochi metri da la Playa de Las Canteras. Soppa non è il classico coworking dove si trovano unicamente nerd e smanettoni digitali, infatti è composto da due piani, quello di sotto è destinato ad artisti ed artigiani mentre quello di sopra ai pc-dipendenti (di cui faccio parte). Questo strano mix di personalità rende Soppa de Azul uno spazio culturalmente stimolante, un po’ bohémien, oltre che perfetto per lavorare in tranquillità e con un’ottima connessione internet.

Con Alecs, l'
Con Alecs, l'"inventore" di Soppa de Azul

A Las Palmas, inoltre, è possibile andare in spiaggia e fare surf in piena città. Nella zona della Cicer sul Paseo de Las Canteras ci sono tutta una serie di scuole di surf e negozi che affittano/vendono tavole e mute. In media una lezione costa tra i 25 ed i 30 euro e per chi non ha mai praticato ne consiglio vivamente almeno una (tanto per capire le basi e stare in sicurezza).

Metti insieme nomadi digitali, surfisti ed una popolazione locale storicamente aperta agli altri popoli (la posizione in pieno Oceano Atlantico fa del Puerto de la Luz una delle vie preferite per gli scambi tra Americhe ed Europa) e si ottiene una vita culturale piena di brio, in costante innovazione e mai noiosa. Spazi come Atlas, La Fabrica e centri culturali come il CAAM o La Regenta (ve ne ho nominati solo alcuni) permettono a chi ha la fortuna di vivere nella città atlantica di non annoiarsi mai, né di giorno né di notte.

In ultima, per me vero fiore all’occhiello della vita da nomade digitale a Las Palmas, è proprio la cultura canaria. Tutto riflette l’essere una via di mezzo tra Europa ed America Latina, dall’architettura coloniale ad ingredienti della gastronomia come il gofio, dalla Guagua al Carnaval (decisamente festeggiato in stile Rio). Ragion per cui vi invito non solo a vivere le spiagge ed i coworking ma anche ad avventurarvi nei paesi all’interno dell’Isola, spesso singolari come Tejeda, e vi invito a fare trekking, ad andare nei bar per parlare con gli anziani, a ballare la isa marinera o il tajaraste, ad andare per romerias ed alle feste popolari.

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Il panorama di Tejeda. Riconosciuto tra i paesi più belli di tutta la Spagna.

Conclusioni

In che modo diventare nomadi digitali, quando decidere di partire e quando (e per quanto) decidere di tornare, ovviamente sono scelte che riflettono il carattere e le predisposizioni di ciascuno di noi. L’intento di questo articolo è solo quello di dare qualche consiglio condividendo la mia esperienza.

Nella vita ci sono priorità che cambiano, così come anche obiettivi. Dopo aver viaggiato per mesi è normale avere voglia di riposare e prendersi una “vacanza”, passare 1/2/3/6 mesi con la propria famiglia, nella propria città.

Quello che dobbiamo fare è cercare di organizzare il più possibile ogni giorno, settimana o mese: cercare di passare tempo di qualità, che ci faccia felici, far si che questo sia compatibile col nostro lavoro e col creare valore (attenzione non parlo solo del valore economico). Non dobbiamo mai smettere di conoscere cose nuove, imparare sul lavoro, nella vita, nelle relazioni. Dobbiamo riscoprire il valore del Tempo (si, la T maiuscola è voluta!). È l’unico modo che abbiamo di essere la migliore versione di noi stessi.

Se il tuo desiderio è quello di essere un nomade digitale, è anche probabile che dopo qualche mese cambierai idea. Per cui chiediti: cosa sei disposto realmente a sacrificare per raggiungere i tuoi obiettivi (insieme alla tua felicità)?

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Vuoi diventare nomade digitale?

Se sei arrivato fino a questo punto allora, con ogni probabilità, stai prendendo davvero in considerazione l’idea di dare una svolta alla tua vita ed iniziare il tuo percorso da nomade digitale. Se hai voglia di renderti indipendente da capi opprimenti o più semplicemente sei alla ricerca di un lavoro dai un occhiata al nostro Corso su SEO, SEM ed Inbound marketing. Si tratta di una serie di lezioni face to face (1 professore – 1 corsista) dal vivo o via Skype, in 6 moduli, ultra focalizzato sulle tematiche di riferimento e con l’unico obiettivo di avviarti al mondo del lavoro e di renderti indipendente nel tuo percorso.

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Come la Porno Star Sasha Grey ha rimosso migliaia di “Cock” dai risultati della ricerca Google

Vincenzo Calicchio No Comments



Sasha Grey è una delle pornostar più note di questo secolo. È conosciuta in tutto il mondo ed in totale  ha preso parte durante la sua fortunata carriera nel porno a 321 film, inoltre innumerevoli sono i video da protagonista nelle piattaforme erotiche di tutto il globo.

Se, però, googolate il suo nome, sarà difficile trovare una sola foto di lei nuda. Invece, troverete le sue foto dopo essersi reinventata come intrattenitrice, scrittrice e D.J. Com’è possibile ciò? Si tratta di una complessa operazione di Rebranding (argomento di cui ho già parlato in questo blog a proposito di Essena O’Neill la star di Instagram “pentita”) Per spiegarlo al meglio ho tradotto ed integrato col caso delle search in Europa questo articolo di Zara Stone in The Hustle.

La prima pagina della ricerca Google sulla Grey è davvero pulita; troverete la sua pagina Facebook, il suo account Twitter e link ai suoi scritti. Questo accade per le ricerche fatte negli USA, e più o meno lo stesso accade per le ricerche in Italia in cui la ricerca web fornisce questa SERP in cui solo 3 risultati su 10 fanno riferimento a portali dal contenuto erotico.

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Query: Sasha Grey (i risultati in Italia)

Per quanto riguarda la ricerca per immagini, invece, il risultato è lo stesso che si ha negli Stati Uniti, infatti non appare neanche una foto dal contenuto esplicito (come ci aspetteremmo).

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“Sasha Grey” in Google Immagini

Dove sono le migliaia di “cock” che vi aspettereste di vedere?

Benvenuti nel mondo della gestione della reputazione digitale, imprese che curano l’immagine di celebrità e compagnie affinché siano tirate perfettamente a lucido. Le compagnie infatti, oggi più che mai, vivono e muoiono della loro reputazione laddove nella società odierna è sottinteso “reputazione digitale”.

Un esempio? Ciò che emerge dalla ricerca Google su qualcuno ha un grande impatto sul farsene un’idea. Può farvi decidere se assumerlo oppure se prenderne le distanze.

Sasha Grey si è ritirata dal porno nel 2011 ed ha pubblicamente dichiarato di essere concentrata sulla musica e la recitazione. Ha avuto alcuni successi con delle arthouse ed ha uno spazio D.J., ma nulla di abbastanza ecletatante da eclissare la sua carriera precedente.

Come ha fatto a rifarsi una reputazione online?

La Stone nella scrittura dell’articolo ha avuto bisogno di parlarne con degli esperti, quindi si è rivolta a Michael Fertik, CEO di Reputation.com, azienda che dal 2006 ha accumulato 67.25 milioni di dollari (dati Crunchbase).

“Fertik non batte ciglio quando gli chiedo di guardare ai risultati di Google immagini per Sasha Grey sul mio computer. Comprensibilmente, assume che si tratti di porno hardcore. Ci siamo sistemati in una strada secondaria di Palo Alto, dove sono nate varie compagnie tra cui HP, Palantir, e Waze.”

L’osservazione iniziale di Fertik è che non ci sono tante “immagini erotiche per una persona che ha girato tanto porno quanto lei.” Abbiamo scrollato in basso, oltrepassando pose sensuali e ritratti che sarebbero perfetti per dei libri da mettere in mostra (quelli adatti a tutti).

E se nella ricerca si includesse la parola “Cock”?

Stavolta, tutti i risultati sono materiali espliciti, ed effettivamente è quello che ci aspettiamo.

Nel 2012, Google ha cambiato il suo algoritmo per la ricerca di immagini. Precedentemente, il filtro SafeSearch avrebbe agito su ogni elemento esplicito. Sarebbe stato necessario disattivarlo per visualizzare i contenuti per adulti.

Ora non è più necessario.

Ora basta usare appositamente parole come “porno”, “cock” o “xxx” insieme ai nomi delle persone per visualizzare le immagini correlate. Questo è necessario anche googolando le più famose pornostar del mondo.

“Non stiamo più censurando i contenuti per adulti, vogliamo mostrare agli utenti esattamente ciò che cercano, il nostro scopo non è comunque mostrare contenuti sessualmente espliciti, a meno che un utente non stia specificamente cercando quelli. Se state cercando contenuti per adulti, potete trovarli senza modificare le impostazioni predefinite, basterà essere più espliciti nella ricerca.” Google

Per ricerche fatte in Italia (ed in Italiano) i risultati sono gli stessi. La SERP cambia del tutto includendo unicamente risultati riconducibili a siti hard, così come cambia anche ciò che G ci propone in Google immagini.

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Risultati per “sasha grey cock” in Ricerca Web

 

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Risultati per “sasha grey cock” in Google Immagini

Cosa succede negli altri Motori di Ricerca?

Cercando su Bing e DuckDuckGo, i risultati non sono stati poi così diversi.

Bing

I risultati per la query “sasha grey” sono dello stesso stile di quanto abbiamo visto già in Google sia per quanto riguarda la ricerca web che per immagini.

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Query “sasha grey” in Bing

 

sasha grey in immagini di bing

Questo quello che succede nella ricerca per immagini.

E’ da notare che, contrariamente a Google, Bing applica di default il filtro alle immagini dal contenuto erotico. Tale filtro è facilmente disattivabile.

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DuckDuckGo 

In quest’altro motore di ricerca accade lo stesso che per Bing.

E se cercassimo altre Star dell’eros?

L’articolo di The Hustle prende come riferimento alcune delle più note stelle porno del momento, Riley Reid e Abigaile Johnson.

La prima pagina dei risultati Google di Reid presentava link a XVideos, Pornhub, e RedTube. Le sue immagini erano decentemente pulite, con solo alcuni elementi a luci rosse nelle prime 10 righe. Tutte le sue immagini su Bing, invece, erano a luci rosse.

La prima pagina dei risultati di Johnson dava su XXX, Pornhub, ed XVideos. Nel caso pensaste che mi stia riferendo solo a “nuove” pornostar, Johnson si è ritirata due anni fa ed i suoi risultati sono comunque a luci rosse. Anche le sue immagini su Bing sono pornografiche.

Lo stesso accade per le ricerche fatte in Italia.

Com’è stato possibile per Sasha Grey fare questo enorme lavoro di pulizia?

Ci sono una serie di operazioni da fare, spiega Fertik.

“Potete iniziare reclamando lo status del vostro nome. Questo include Twitter, Facebook, Medium, un dominio ed un blog.”

Il trucco è non eliminare da internet i risultati che volete nascondere. Tutto sta nello spingerli abbastanza a fondo in modo che non compaiano nella prima pagina di Google. Una ricerca ha dimostrato che il 91% delle persone non va mai oltre pagina uno.

Bisogna inondare internet con nuove “novità”. Creare un account Tumblr o LinkedIn. Registrarsi su TANTI social network, anche quelli non usuali. Fare in modo che le persone si colleghino ai nuovi contenuti “puliti”. Scrivere blog come guest (La Grey lo ha fatto su Huffington Post) ecc…

Questo aiuterà a mandare a fondo tutti i “vecchi” contenuti, spostandoli nella seconda pagina.

Come ha (probabilmente) agito Sasha Grey per le ricerche in Europa: il Diritto all’Oblio

Non tutti sanno che dal 2014 in Europa è attiva la Legge per quanto riguarda il Diritto all’Oblio nel Web (C-131/12, 13 maggio 2014) che impone a Google (ed agli altri motori di ricerca) la de-indicizzazione per chiunque faccia richiesta di rimozione dei link dalle SERP per le pagine web che contengono il proprio nome.

Quindi per il territorio Europeo, con ogni probabilità, l’ex pornostar ha potuto far riferimento a questa norma e quindi non ha dovuto far altro che compilare questo modulo e seguire le indicazioni. Ecco cosa appare alla fine dello scroll della ricerca per immagini:

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Negli USA invece non esiste una legge del genere, quindi un caso come questo dev’essere trattato da dei professionisti. Si tratta effettivamente di SEO alla rovescia, si ottimizza non per essere trovati, ma per NON essere trovati.

Conclusioni

Prima di concludere l’articolo mi preme di condividere con voi solo un consiglio… Internet è per sempre, quindi pensate prima di twittare, di postare, di condividere una foto o un qualsiasi status di un qualsiasi social. .

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Translator: Valerio Graziano

 

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Social Media Case History: l’analisi di ASOS

Vincenzo Calicchio No Comments



Nella mia vita ho poche certezze, una di queste senza dubbio è riferita al fatto che 1 solo esempio conta più e rimane più impresso di 1000 parole. Ragion per cui spesso vado a ricercare casi di eccellenza e storie di varia natura in riferimento al mio lavoro. Questa volta, dopo aver già scritto di importanti casi di studio riferiti al B2B voglio parlarvi di un case history a proposito di Social Media B2C e l’esempio che vi porto è quello dell’eCommerce di vestiti ASOS. Tale caso non spicca per particolare originalità e creatività ma è la dimostrazione che lavorando bene, nel tempo ed utilizzando intelligentemente gli strumenti a disposizione si possono raggiungere risultati importanti.

I contenuti che vi sto per proporre sono tradotti ed integrati da questo articolo di Sophie Deering su linkhumans.com che ho trovato particolarmente completo, ben fatto oltre che ben scritto. Ma prima di partire voglio consigliarvi la lettura di quest’altro post a proposito di Social Media di Successo, è il caso di una pizzeria di Buenos Aires e la sua folle strategia.

Ma continuiamo…

Conoscete ASOS?

ASOS.com è un negozio online di portata globale, dedicato alla moda ed ai prodotti di bellezza, con base nel Regno Unito. È diventato rapidamente il più grande venditore al dettaglio online di prodotti legati al mondo della moda e, dal suo esordio nel Giugno 2000, ha venduto oltre 65,000 prodotti con marchi autonomi, globali e locali. Offrono un servizio di spedizione gratuita in 234 paesi ed hanno siti web localizzati per Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna, Italia, Australia, Russia e Cina, attirando ogni mese 29.5 milioni di utenti.

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La moda non è il loro unico punto forte, di fatto hanno fatto anche dei passi nel mercato editoriale, con il lancio di una loro rivista mensile nel 2007, dedicata all’utenza femminile. Insieme alla rivista, che è disponibile sia online che in forma cartacea, gestiscono anche un blog chiamato “Daily Newsfeed”, sul quale condividono post sullo stile, la bellezza e le celebrità.

Il sito web ASOS è costruito in modo da ottimizzare l’esperienza di navigazione del cliente, a partire da una vasta gamma di strumenti ed offerte speciali, video di sfilate di modelle con abiti in vendita, fino ad “ASOS Fashion Finder”, uno strumento molto gettonato che mostra le tendenze della moda selezionate dagli stilisti e dai fashion blogger.  App facili da utilizzare sono disponibili sugli smartphone e sui tablet, sia per il negozio ASOS che per il Fashion Finder, rendendo la navigazione semplice, accessibile ed immediata.

La nicchia di mercato scelta dal marchio ASOS è la moda dal 2000 in poi; ASOS sa bene che è una necessità di mercato essere sempre freschi e innovativi, al fine di incontrare i gusti dei loro acquirenti favoriti. Per questo motivo hanno sfruttato al massimo i social, mantenendo una presenza assidua. La società gestisce account su LinkedIn, Pinterest e Google+, tra gli altri; allo stesso tempo, sono molto attivi su Facebook, Twitter ed Instagram. Ecco una visione più approfondita di come fanno uso di queste tre importanti piattaforme per operare nel mercato.

Come ASOS utilizza Facebook

La pagina ufficiale ASOS di Facebook, con quasi 3.8 milioni di fan, è al momento una delle più importanti per quanto riguarda i brand di vendita al dettaglio, comparata ad altre come Boohoo con 2.2 milioni e Net-a-Porter con 1.3 milioni. Non risulta particolarmente originale la gestione della fan page (nessun post è stato realmente virale) ma tutti i contenuti sono interessanti ed in linea sia con il prodotto che non il loro target.

La prima cosa che salta all’occhio è il reindirizzamento verso la pagina del Brand del paese di provenienza, è come se ci fosse un unica pagina (infatti il numero dei fan è lo stesso) ma con più URL tutte riferite a paesi diversi, è qualcosa che non avevo mai visto prima. Sarebbe interessantissimo sapere come attuare questa strategia.

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In ASOS, usano la pagina per promuovere nuovi prodotti e nuove offerte, tanto quanto per reindirizzare il traffico agli articoli del loro blog ed alla rivista online.

In una giornata tipo, postano 1-2 aggiornamenti grafici, anche nei fine settimana; questi raggranellano in media duecento “like” e una dozzina di commenti. Gli aggiornamenti che tendono a riscuotere più successo sono quelli riguardanti le celebrità; in aggiunta, competizioni ed altri post, che incoraggiano i fan a mettersi in gioco, ricevono ulteriore consenso. Un esempio recente è dato dalla campagna #AsSeenOnMe (ComeMiSta), che chiede ai propri clienti di taggarsi in foto mentre indossano i loro acquisti ASOS, con l’opportunità di far parte di una galleria sul sito web ufficiale. Un album di foto caricate dai clienti ASOS è stato aggiunto alla pagina Facebook, come prova tangibile del loro contributo. Questa è una tecnica di marketing particolarmente efficace, poiché aiuta a costruire una relazione con i clienti, valutarne i gusti e gli stili, mostrando al contempo ciò che è in vendita sulla piattaforma.

I clienti usano spesso la pagina Facebook come mezzo per contattare la compagnia, con domande sugli acquisti, e l’ASOS, diligentemente, risponde a tutti i loro fan in modo utile e cordiale, anche ai clienti più difficili.

Come ASOS gestisce Twitter

In ASOS sono specialmente attivi su Twitter ed hanno molti account da gestire per raggiungere differenti obiettivi di mercato.La loro pagina globale sulla moda (@ASOS) ha circa 900,000 follower, in contrasto con i 15.5k di @Boohoo ed i 24,3k di @NetAPorter; hanno anche pagine per ASOS Australia, Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania, Italia, ASOS Menswear, ASOS Careers, ASOS Fashion Finder, ASOS Marketplace e ASOS Greenroom.

Una Best Practice molto interessante è quella di gestire anche un servizio parallelo di assistenza clienti direttamente su Twitter @ASOS_HeretoHelp, ciò gli permette di mantenere segreta la corrispondenza con i clienti insoddisfatti; cosa molto importante al fine di mantenere un’immagine positiva del marchio.

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La gestione dei clienti su Twitter (evidentemente negli ultimi giorni hanno avuto dei problemi)

Un grosso ammontare di tempo e risorse viene investito per mantenere attivo l’account Twitter e coinvolgere gli utenti. Sono notevolmente attenti quando si tratta di rispondere ai commenti ed alle domande dei clienti, ovviamente specialmente sull’account di assistenza.

L’elemento chiave per l’utilizzo di numerosi account sulla moda è la circolazione di storie sul loro blog e sulla rivista, in aggiunta condividono spesso immagini e video appropriati a proposito dei loro utenti.

Gli aggiornamenti che attirano l’attenzione di più follower sono generalmente quelli in cui i clienti possono identificarsi, come GIF divertenti sulla pigrizia di fine settimana e consigli sulla moda facili da seguire; normalmente ricevono circa un centinaio di preferenze e due dozzine di retweet per post.

E su Instagram?

Diversamente dalla loro pagina Facebook e Twitter, ASOS ha dato all’account Instagram un tocco molto più personale e presenta ai fan qualche piccolo “retroscena” della vita al “Quartier Generale ASOS’.

Utilizzano Instagram come qualunque altro utente, sulla scia di tendenze già esistenti come i selfie e le foto del cibo. Postano spesso scatti della colazione dello staff o della pausa caffè, degli abiti dello stilista (targati ASOS, chiaramente). Questo avvicina il marchio ai fan e questi, vedendo i prodotti ASOS su persone comuni, trovano ispirazione per i loro acquisti sul negozio online.

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Ecco un esempio di come ASOS gestisce Instagram

Gli hashtag sono utilizzati occasionalmente nei post per massimizzarne la visibilità tramite la funzione “cerca”, ma comunque con oltre 3 milioni di follower non sono poi così necessari e lo scopo del loro account sembra essere la costruzione di un rapporto con i fan, più che pubblicizzare i prodotti. Infatti, sono i clienti che utilizzano più spesso gli hashtag affiliati ed ora è possibile trovare oltre 1 milione di immagini taggate #ASOS, per cui suppongo che l’operazione di marketing venga svolta per conto loro dagli utenti.

Nel Dicembre 2014, l’ASOS ha lanciato un calendario dell’Avvento con sfide e premi del Brand da vincere ogni giorno fino a Natale; tutto ciò che i fan avrebbero dovuto fare era postare una foto festiva con l’hashtag #instaadvent. Le competizioni come queste possono fornire poca pubblicità al marchio, consideranto che persone diverse dai fan non avrebbero associato istantaneamente il Brand all’hashtag “instaadvent”, ma l’interattività e le possibilità di vittoria hanno cementato la fedeltà dei clienti abituali.

La gestione dei reclami in ASOS

Il gran numero di follower sui loro social è indicativo dell’efficacia della loro strategia e dimostra quanto siano in gamba nell’attrarre l’utenza bersaglio delle loro campagne. Nonostante i loro account beneficino della buona immagine del marchio e riportino molte opinioni positive, un gran numeri di clienti li utilizza anche per riferire alla compagnia di cosa non sono soddisfatti: questo avrebbe una cattiva influenza sull’immagine della compagnia, se i post fossero pubblici. ASOS ha risolto questo problema su Twitter con un account dedicato al servizio di assistenza clienti.

Su Facebook ed Instagram non hanno fatto lo stesso, ma le varie problematiche che spesso compaiono nei commenti sotto le immagini condivise e vengono risolte solo rispondendo pubblicamente, compito che viene solitamente svolto molto bene.

Conclusioni

Per ASOS, i social media sono lo strumento perfetto per rivolgersi ai loro clienti prediletti, giovani e alla moda. Gli consentono di comunicare direttamente con i fan, aiutando a costruire una relazione che li coinvolga, che li faccia sentire vicini al marchio e che fornisca agli acquirenti aiuti e suggerimenti. Questo tipo di personalizzazione aiuta gli utenti ad immedesimarsi nel marchio, di modo che si rivolgano alla compagnia e la raccomandino ad altri.

Complessivamente, penso che ASOS sia un marchio da tenere in considerazione in materia di social media e che le altre compagnie possano trarne spunti molto utili.

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Translator: Valerio Graziano

 

Strategie Social di Successo: sono possibili per i B2B?

Vincenzo Calicchio No Comments



In questo post vedrete 3 case history di strategie social di Successo per B2B e capirete i motivi del loro successo. Questo tipo di Marketing può essere molto insidioso a partire dalla considerazione che argomenti come trattori, grandi navi merci e transazioni finanziarie non sono proprio argomenti top in quanto a capacità di stimolare interesse e conversazioni. Inoltre i metodi convenzionali non funzionano quando ci si relaziona con persone davvero competenti, in grado di valutare accuratamente il prodotto.

Un altro elemento che governa il marketing B2B è il fatto che un’eventuale transazione non dipende dalla volontà di una sola persona, ma c’è bisogno di una riunione direttiva che valuti attentamente ogni aspetto del prodotto, prima che venga presa una decisione.

Eppure c’è chi riesce a fare Social Media Marketing nel settore B2B! Li ho trovati in questo interessante articolo sulla piattaforma statunitense Mav Social. Li conosceremo in questo articolo, ma prima…

Un po di numeri sul Marketing B2B

Le statistiche rivelano che circa il 62% delle attività hanno implementato i social come strumento di marketing a tutti gli effetti e che il loro numero cresce di giorno in giorno. I tre motivi principali per cui i B2B dovrebbero essere presenti e attivi sui social, secondo queste imprese, solitamente sono:

  • Diffondere il Marchio
  • Incoraggiare la condivisione
  • Ottenere follower e fiducia 

Ai professionisti del settore che si mettono in gioco con i B2B, però, non possono bastare le condivisioni, i like e i post. Poiché i margini di successo sono molto diversi da quelli della pubblicità tradizionale, questi sono alla ricerca di alte percentuali di click, guadagnare autorità e conversioni (dei visitatori in clienti).

Gli agenti di marketing necessitano di informazioni che gli consentano di conoscere gli acquirenti e le loro abitudini, per poi modificare e adattare le loro strategie. Tra un po scoprirai quali sono i case history di successo nel B2B ma prima ti consiglio la lettura di questo articolo sulla Folle strategia Social di una Pizzeria di Buenos Aires.

Alcuni Brand vincenti nel Marketing Social B2B

Ci sono molte più campagne B2B fallite, lì fuori, di quante ne potremmo contare. In questo pantano di incertezza, comunque, ci sono pochi gioielli che sono riusciti a trovare l’equilibrio perfetto. Prima di imbarcarvi nel vostro viaggio di marketing è bene che diate un’occhiata ad alcune di queste e che facciate attenzione a ciò che potete imparare dalle strategie che hanno attuato.

Maersk Line

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La Strategia di Marketing B2B di Maersk Line

Per meglio comprendere come pensano ed agiscono le organizzazioni leader del B2B, prendiamo esempio ed osserviamo come la compagnia di navigazione danese utilizza i social.

Qual è la Strategia di Maersk e perché ha funzionato?

La compagnia utilizza praticamente ogni strumento social disponibile e mantiene una forte presenza sulle piattaforme social. Da foto intriganti su Instagram, a Facebook fino ad accattivanti video su Vimeo, Maersk ha abbracciato in toto piattaforme che tradizionalmente non solo per il  B2B.

Il direttore della gestione dei social della compagnia rivela che il fine ultimo delle campagne B2B è ricavare informazioni chiave sul mercato attuale, avvicinarsi ai clienti e incrementare la soddisfazione degli impiegati.

Per raggiungere questi obiettivi, ha posto l’accento sui fatti che avvenivano all’interno dell’azienda, raccontandone quotidianamente gli avvenimenti. Questo ha riguardato cose come “il boom delle vendite degli avocado del Kenya” e da dove vengano i membri dello staff.

Cominciando dalla costruzione di un’audience interna, si è allargato fino a raggiungere quota 1 milione e 200 mila fan su Facebook. Questo, in aggiunta alle 172,000 interazioni e alla nascita di ben 12 canali social, ognuno di essi quotidianamente attivo nell’interazione con clienti ed impiegati.

Chiedere ai follower cosa vogliono trovare nei Social della compagnia

La strategia ha incluso fare sondaggi su cosa la nuova utenza volesse vedere sul social e accontentarli. Quando i membri del team addetto ne venivano informati, fornivano quanto richiesto sotto forma di blog, storie sui membri del settore e davano inizio a contest fotografici che aumentavano il coinvolgimento dei clienti.

Il direttore del social è stato molto chiaro sul fatto che le pagine social del marchio non avessero lo scopo di incrementare le vendite, ma solo di aumentare il coinvolgimento dei clienti e di fare leva sulle competenze degli impiegati per dare un valore aggiunto.

Il merito principale del funzionamento della strategia social di Maersk è da ricercarsi nel fatto che essa non considera i social come uno strumento per incrementare le vendite, ma lo utilizza per comunicare con i clienti e gli impiegati. Approcciandosi ai social in modo originale, la compagnia ha rivoluzionato i social stessi.

“Il Social media riguarda la comunicazione, non il marketing. Si tratta di coinvolgere, non di promuovere. Delle reti sociali decisamente non si dovrebbe accentuare l’aspetto media. Per compagnie come la nostra, creano valore aggiunto tutte le volte che si presenta una sfida al nostro modo di pensare e di interagire. Infatti, essere su questi network è una mentalità, un modo di pensare e di lavorare insieme. Si basa sul fatto che siamo animali sociali e questo significa che possiamo solo beneficiare dalla condivisione reciproca dei nostri pensieri e delle nostre idee.”
Maersk

AGCO

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La Strategia Social B2B di Agco

La firma globale per l’agricoltura possiede un gran numero di marchi, tra cui Massey Ferguson, Valtra, e Challenger, e questi marchi operano nell’ambito della manifattura e della consegna di macchinari agricoli in tutto il mondo.

Qual è la Strategia di AGCO e perché ha funzionato?

Questa manifatturiera agricola di portata globale può attribuire buona parte dei suoi $10 miliardi di vendite alla sua strategia social, mirata a connettere l’impresa con gli operatori agricoli ed i fornitori.

Molte delle sue vendite sono state rese possibili da un’efficace ed esperta pianificazione pre-salto nel “Mare social”. È stata analizzata un’utenza selezionata e ne sono stati osservati i comportamenti sui social e su YouTube per vedere cosa postassero.

La maggior parte degli spezzoni su YouTube registrano operatori agricoli mentre utilizzano i loro macchinari. Una volta acquisita questa informazione, la strategia è stata aggiornata ed si è passati al raggiungimento ed il coinvolgimento dei clienti attraverso varie piattaforme social.

Oggi, la compagnia è riuscita ad attrarre più di 260 mila fan su facebook, 3,000 iscritti al canale YouTube e 10,000 follower su Twitter.

Dopo lo studio degli utenti è fondamentale il “Creare Valore”

In più, la compagnia spesso si associa ai fornitori per offrire strumenti commerciali e formazione agli operatori agricoli. Queste proposte di collaborazione aiutano ad incrementare il coinvolgimento dell’utenza. Un buon esempio di questa strategia è il widget che permette ai fornitori di gestire e hostare i propri contenuti senza doverli creare da zero.

American Express OPEN

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L’innovativa Strategia di Marketing Online di American Express

American Express ha da sempre sostenuto il potere dei social. L’elemento chiave che ha spinto l’azienda oltre l’approccio iniziale ai social è stato il forum Open dove offre supporto ai proprietari di piccole attività.

Il Forum di AmEx è stato definito:

Il più recente e grandioso esempio di un servizio fedele, un programma strutturato per aiutare i proprietari delle piccole imprese a far crescere la loro attività, fornendo loro importanti suggerimenti e risorse online.

L’importanza del Forum nella Strategia di American Express 

Gli aggiornamenti frequenti dei contenuti, i post sui blog ed i video vengono ancora pubblicati e rappresentano sempre una buona fonte di informazioni utili, inoltre c’è il forum aperto che, non solo consente agli utenti di imparare, ma facilita la rete dei proprietari di piccole attività che interagiscono tra loro.

Questo incremento di traffico sulla sua pagina ha permesso alla compagnia di spiccare grazie ai suoi numeri (fan e follower sui social), essendo riuscita a raggiungere 1 milione di visitatori. Oltre alla creazione di un suo social, AmEx è riuscita a promuoverne la connettività tramite altri mezzi social come Facebook.

Attraverso questi sforzi è riuscita ad ottenere un buon 30% di incremento delle vendite. Questo può attribuirsi ai suoi 11,000 nuovi elementi (non che li abbia ottenuti con la sua pagina aziendale di Facebook). American Express inoltre organizza una competizione annuale tra PMI del settore che è ora il cavallo di battaglia della strategia social e che contribuisce costantemente a rafforzarne la sua autorità nel settore.

Un Consiglio per una Strategia Social B2B efficace

Come ho già avuto modo di dire in questo blog, non esistono solo i Social più noti (Da Facebook a Twitter ad Instagram) ma ne esistono anche tantissimi poso conosciuti, verticali o settorializzati. In ogni caso questi altri network hanno il grande beneficio di una maggior targettizzazione. Vi consiglio la lettura di quest’articolo.

Nuovi Social Network: c’è vita oltre Facebook

Conclusioni

Una cosa che può essere osservata attraverso queste strategie social di successo è che, prima di avviare qualunque tentativo, ognuno di questi brand ha fatto innanzitutto un grossa mole di ricerche che gli ha consentito di mettere a punto piani di lavoro mirati e finalizzati a fornire esattamente ciò che veniva chiesto dall’utenza.

Un altro fattore da considerare è che, queste compagnie, non solo avevano un piano ben preciso in mente, ma anche che gli obiettivi delle loro operazioni di marketing erano ben chiari. Questo gli ha garantito un forte impulso per ottenere successo e gli ha consentito di eccellere nei rispettivi settori. Conoscete altri casi di successo? Come vi regolate con la strategia social della vostra attività B2B?

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